LE TAS D'ESPRITS — Textes théoriques

LE “TAS D'ESPRITS” NON E' UNA CENA DI GALA — ben

LE “TAS D'ESPRITS” NON E' UNA CENA DI GALA

Sono contento di avere infine trovato l'argomento del confronto per la serata del 22 (settembre) sui limiti dell'arte di “LE TAS D'ESPRITS”

ECCOLO:

IL QUADRO NERO DI MALEVITCH,
IL FUTURISMO DI MARINETTI,
IL SORPASSO DELL'ARTE DI DEBORD,
IL PORTA BOTTIGLIE DI DUCHAMP,
I VOLANTINI DI DADA,
IL QUADRO INFINITESIMALE D'ISOU,
LA MERDA DI MANZONI,
IL MONOCROMO ED IL VUOTO DI KLEIN,
IL SILENZIO DI CAGE,
L'EVENTO DI GEORGE BRECHT,
IL “NON PIU' ARTE” DI HENRY FLYNT,
IL “IO BEN - IO FIRMO” DI BEN DIO,
IL BAUHAUS
E DOPO 20 ANNI LA PRESA DI COSCIENZA GENERALIZZATA DEL “CUL DE SAC” DEL NUOVO CHE NON E' PIU' NUOVO,


LE DOMANDE CHE SI PONGONO RISPETTO A “LE TAS D'ESPRITS” SONO:

1° DOMANDA: attraverso questi pezzi radicali questi individui hanno voluto dire “io sono il più forte, io non faccio come gli altri, io fermo questa commedia dell'arte”?

2° DOMANDA: perché essi vogliono finirla con l'arte? Per essere dei super artisti e guadagnare il titolo di “Io sono andato più lontano di te”?

3° DOMANDA: chi tra loro è il più forte? Il più megalomane? Il più pretenzioso?

4° DOMANDA: sapendo che sono tutti diversi, quale criterio adottare per calcolare l'importanza dell'uno rispetto all'altro?
la data (l'anteriorità)?
il più megalomane (Isou, Klein o Manzoni)?
il più modesto (Gorge Brecht)?
il più Zen (John Cage)?

5° DOMANDA: il fenomeno della ricerca del sorpasso dell'arte è proprio della cultura indo-europea (detta arte contemporanea) oppure si ,può ritenere un fenomeno universale facente parte di tutte le culture del mondo?

6° DOMANDA: nella misura in cui questa ricerca del “ sorpasso e dell'arte” etc non riguarda che una piccola parte dell'ambito culturale umano (la ricerca del nuovo non rappresentando che un settore nella totalità della cultura), la morte e il sorpasso dell'arte non diventano essi stessi delle variazioni intellettuali proprie dell'avanguardia?
Al contrario, la realtà culturale (star bene, mangiare, dormire,
ricordarsi, sopravvivere, decorare, voler essere piacevoli, etc)
rimane presente e necessaria alla sopravvivenza delle comunità.

7° DOMANDA: appurato che l'arte contiene sempre dell'ego, non si può supporre che l'ego non esiste che per l'ego. Esso esiste perché contiene la memoria dei popoli e i popoli ne hanno bisogno. E' come se si togliessero gli spaghetti agli Italiani, il gulasch ai Russi, il couscous agli arabi
Non direi altro! Il dibattito su “Le Tas d'Esprits” è aperto
A voi…..




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COMMENTAIRE DE BEN :
VOICI POUR LES ITALIENS QUI ONT TENU A PARTICIPER AU DEBAT MERCI A MONICA QUI AS TRADUIT CE TEXTE

LE “TAS D'ESPRITS” NON E' UNA CENA DI GALA — BEN ET MONICA FIORETTI



Sono contento di avere infine trovato l'argomento del confronto per la serata del 22 (settembre) sui limiti dell'arte di “LE TAS D'ESPRITS”

ECCOLO:

IL QUADRO NERO DI MALEVITCH,
IL FUTURISMO DI MARINETTI,
IL SORPASSO DELL'ARTE DI DEBORD,
IL PORTA BOTTIGLIE DI DUCHAMP,
I VOLANTINI DI DADA,
IL QUADRO INFINITESIMALE D'ISOU,
LA MERDA DI MANZONI,
IL MONOCROMO ED IL VUOTO DI KLEIN,
IL SILENZIO DI CAGE,
L'EVENTO DI GEORGE BRECHT,
IL “NON PIU' ARTE” DI HENRY FLYNT,
IL “IO BEN - IO FIRMO” DI BEN DIO,
IL BAUHAUS
E DOPO 20 ANNI LA PRESA DI COSCIENZA GENERALIZZATA DEL “CUL DE SAC” DEL NUOVO CHE NON E' PIU' NUOVO,


LE DOMANDE CHE SI PONGONO RISPETTO A “LE TAS D'ESPRITS” SONO:

1° DOMANDA: attraverso questi pezzi radicali questi individui hanno voluto
dire “io sono il più forte, io non faccio come gli altri, io fermo
questa commedia dell'arte”?

2° DOMANDA: perché essi vogliono finirla con l'arte? Per essere dei super
artisti e guadagnare il titolo di “Io sono andato più lontano
di te”?

3° DOMANDA: chi tra loro è il più forte? Il più megalomane? Il più
pretenzioso?

4° DOMANDA: sapendo che sono tutti diversi, quale criterio adottare per
calcolare l'importanza dell'uno rispetto all'altro?
la data (l'anteriorità)?
il più megalomane (Isou, Klein o Manzoni)?
il più modesto (Gorge Brecht)?
il più Zen (John Cage)?
5° DOMANDA: il fenomeno della ricerca del sorpasso dell'arte è proprio della
cultura indo-europea (detta arte contemporanea) oppure si
può ritenere un fenomeno universale facente parte di tutte le
culture del mondo?

6° DOMANDA: nella misura in cui questa ricerca del “ sorpasso e dell'arte” etc
non riguarda che una piccola parte dell'ambito culturale
umano (la ricerca del nuovo non rappresentando che un
settore nella totalità della cultura), la morte e il sorpasso
dell'arte non diventano essi stessi delle variazioni intellettuali
proprie dell'avanguardia?
Al contrario, la realtà culturale (star bene, mangiare, dormire,
ricordarsi, sopravvivere, decorare, voler essere piacevoli, etc)
rimane presente e necessaria alla sopravvivenza delle comunità.

7° DOMANDA: appurato che l'arte contiene sempre dell'ego, non si può
supporre che l'ego non esiste che per l'ego. Esso esiste
perché contiene la memoria dei popoli e i popoli ne hanno
bisogno. E' come se si togliessero gli spaghetti agli Italiani,
il gulasch ai Russi, il couscous agli arabi

Non direi altro! Il dibattito su “Le Tas d'Esprits” è aperto
A voi…..

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COMMENTAIRE DE BEN :
CE TEXTE EN ITALIEN PARCE QUE LES ITALIENS SONT VENUS AU TAS

QUELQUES CITATIONS — PROPOSER PAR LILIANE ET YOURI VINCY

« APRÈS DADA ? »

DEMOSTHÈNE AGRAFIOTIS
« TO DADA OR NOT TO DADA ? »

JEAN-LUC ANDRÉ
« Du Dadaïsme transgénique contamine les cultures. »

DENISE A. AUBERTIN
« Ni livres cuits ni journaux impubliables sans Dada. »

AURÈLE
Après Dada (?) : Dada not dead et le S.I.D.A* est toujours là !
* « Service Industriel du Dollar Artistique »

ALAIN ARIAS-MISSON
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BEN
« Pour changer l'art, il faut changer l'ego »

JULIEN BLAINE
« Ce qui limite l'art aujourd'hui, c'est l'âge de l'artiste. »

GEORGE BRECHT
« Plus ça flux, plus c'est la même chose. »

JIRI CERNICKY
« When I finally sit down to eat someone rings - Forever without response »

HENRI CHOPIN
« La seule valeur est le corps humain composé de la femme et de l'homme »

CHARLES DREYFUS
« DADA N'EST PAS MORT, IL EST ENTERRÉ »

JOËL DUCORROY
ARTISTE PLAQUETITIEN

FRANÇOIS DUFRÊNE
« ETRETAT OU NE PAS ETRETAT »

JEAN DUPUY
SI AUJOURD'HUI, C'EST « UN APRÈS DADA »
ALORS, NOUS NE SOMMES PLUS « À UN DADA PRÈS ».
DUDU (06)

BARTOLOMÉ FERRANDO
« lo cotidiano como experiencia artística »

ESTHER FERRER
« APRÈS DADA ? LE POINT D'INTERROGATION »


ROBERT FILLIOU
« ART IS WHAT MAKES LIFE MORE INTERESTING THAN ART »

FRANÇOIS GUINOCHET

AL HANSEN
« ART ALWAYS WINS»

BERNARD HEIDSIECK
« Advienne que pourra. »

JOËL HUBAUT
« Mon data c'est: dada pas dodo. dada pas dodo! Oui! DADA pas dodo. »

FRANÇOISE JANICOT
« Bon œil, bonnes mains. »

SOUN-GUI KIM
L'ERREUR ! QUEL BONHEUR ! QUEL BONHEUR !
OUI = NON. HIER = AUJOUD'HUI = DEMAIN

ADDI KOEPCKE
« Fluxus peut être n'importe quoi ! »

TETSUMI KUDO

ARNAUD LABELLE-ROJOUX
« DADA? CONNAIS PAS! »

PASCAL LE COQ
DANONE + HONDA = DADA

MILLER LEVY
« Dada : quand pensez-vous ? »

JONIER MARIN
« L'art ne coule pas toujours sous le même pont »

JOACHIM MONTESSUIS
« Eros, c'est la vie »

CHARLOTTE MOORMAN

LAFCADIO MORTIMER
Après Dada ? Da(niel) Da(ligand) bien entendu.
« Ainsi en signant R. Mutt la fontaine-urinoir, c'est le MUTTisme que l'Rmite fondait. Uriner conduisait à rUiner le sens et c'en était fini d'une certaine conception muette et passive de la vie. »

NAM JUNE PAIK
« Dieu n'aime pas quand c'est trop parfait »

CHARLEMAGNE PALESTINE
« don't piss down my back and tell me it's raining »

JEAN-LUC PARANT
« Mon dada mes boules »

SERGE PEY
« Dada ? J'irai comme un cheval fou »

ROLAND SABATIER
« Le Lettrisme, bien sûr ! Et, pour être précis, depuis 1945. »

SAFFA alias RAYMOND HAINS
« Je suis un inaction-painter »

MAXIME RAFFARD
Après Dada ?…« Dodo » A.K.A. Dominique RAFFARD (1937 - 2003)
« R.I.P Dodo ».

TAKAKO SAITO

TAROOP & GLABEL
« Le Pétomane c'est le Saint-Esprit avec du son. »

DOROTHÉE SELZ
« Après Dada, peut-être chanter à tue-tête DadaDumDiDumDum ! »

CAROLEE SCHNEEMANN
« The delirious arousal of destruction. »

SERGE III
« Vive l'art subversif ! Le contenant est plus important que le contenu. »

TOMAS SCHMIT
« die dinge, die aus der kunst verschwinden müßten, sind wohl gerade die, die
die kunst ausmachen. »

MARIE SOCHOR
« Se tremper la voix dans une flaque de salive sonore »

DANIEL SPOERRI
« Et l'art qu'est-ce que c'est ? Serait-ce peut-être une forme de vie ? »

WOLF VOSTELL
« Duchamp declared object is a work of art, I declare life itself is a work of art »

EMMETT WILLIAMS
« It is wrong to think of Fluxus as a movement, or even a group. It`s closer
to the bull`s-eye to call it a United Front. »

GIL J WOLMAN
« Le génie c'est refuser d'avoir du talent »


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COMMENTAIRE DE BEN :

LES LIMITES DE L'ART — GHISLAIN MOLLET- VIEVILLE


L'art doit-il être artistique ?

Grâce à Marcel Duchamp, notre société ne se voit plus proposer des
chefs-d'œuvre offerts à la contemplation émerveillée de ses spectateurs,
elle est plutôt invitée à oublier le talent et à porter un regard
observateur au-delà des œuvres elles-mêmes.

Apparaissent alors obsolètes les œuvres qui comportent des cadres, des
"marie-louise", des socles ou des spots directionnels glorifiant leur
autonomie. Comme deviennent archaïques, les galeries et les musées qui
voudraient encore enfermer l'artiste dans leurs limites contraignantes. Toutes ces composantes rattachées à l'œuvre d'art traditionnelle et qui en quelque sorte l'encadraient et l'estampillaient pour mieux la juguler, sont remplacées par nos cadres architecturaux, sociaux ou idéologiques : un ensemble de contextes induisant les éléments de la définition de l'art et favorisant une osmose communautaire qui assimile
les contours de l'art et ses réseaux, à l'art lui-même.

Dans cette optique nouvelle, l'art s'immisce dans toute une série de procédures, de rôles et de circuits inhérents à des pratiques
collectives qui mettent à jour des modalités de production et de
diffusion destinées à des œuvres interprétables en cascade. Tout devient évolutif dans une stratégie où l'art tient moins à la nature
conventionnelle et privée de ses objets finis, qu'aux attitudes
créatrices touchant à la scénographie de nos cadres de vie.

C'est pourquoi aujourd'hui, l'art c'est à la fois un état d'esprit et
un multimédia, il est disséminé un peu partout et ne résulte pas
seulement d'une libre association d'idées, de techniques ou de
disciplines, il rompt avec la notion de style ou d'autosuffisance de
l'œuvre pour s'associer à des activités qui lui sont périphériques: la mode, le design, l'architecture, l'informatique, la publicité mais aussi les jardins, le sport, la fête... Tout cela dans le dessein de légitimer des influences qui conduisent, salutairement, à remplacer le grand Art
par un bel art de vivre !


Ghislain Mollet-Viéville
Agent d'art
Expert près la Cour d'Appel de Paris
Membre de l'Association Internationale des Critiques d'Art
59, avenue Ledru-Rollin 75012 Paris, France
Tel/Fax +33 1 40 02 07 40
http://www.conceptual-art.net/


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COMMENTAIRE DE BEN :
GHISLAIN EST BEAU GOSSE ET A UN BEAU SOURIRE

Le « Tas d’Esprits », Aujourd’hui il advient, Épars demain — Charles Dreyfus

En règle générale et en matière d'art en particulier, l'antécédent joue le rôle de la norme. Taxée de déraisonnable l'anti-tradition se transforme inéluctablement en tradition du nouveau. La notion d'avant-garde trouve sa vérification dans « le posteriori ». Le recul du temps, s'il est indispensable à l'historien, se réduit aujourd'hui à presque rien pour le petit monde boulimique de l'art :
« My philosophy is : every day's a new day » disait déjà Andy Warhol dans les années soixante. En d'autres termes tous les jours je peux commencer quelque chose de nouveau.
Cette dynamique du temps est annulée lorsque l'on fait des effets d'annonce. L'exposition de Présence Panchounette en 1988 à la F.I.A.C. intitulée « L'avant-garde à bientôt cent ans » (il y a bientôt vingt ans), interpellait les Arts Incohérents (1882-1893) transformant l'emprunt du dérisoire en dérisoire de l'emprunt.
Il a fallu attendre 2005 pour voir une exposition Dada au Centre National d'art et de culture Georges-Pompidou et lire dans le catalogue sortant de la plume du président-directeur de PPR, que PPR soutient Dada ! et faire mourir Marcel Duchamp à New York en attendant de l'y faire naître!
1) En art on peut emprunter sans le savoir (la postérité ne fait alors que rarement le reste)
2) Feindre l'ignorance de l'emprunt pour le rendre digestif et immédiatement monnayable, nous dit Présence Panchounette (1988) (« Bertrand Lavier est un de ces artistes-coucous/coucou l'ersatz ! »)
3) L'emprunt peut devenir procédé de John Cage à Nam June Paik en passant par P.P. (« Montrer par l'absurde le statut fragile ou susceptible de dégénérescence de l'œuvre d'art, ce geste là a toujours été effectué en pleine lumière ; s'il n'a pas fait s'interroger grand monde, il n'a trompé personne. »)
4) L'emprunt pour conforter ce que l'on sait déjà, ce qui entraîne, consciemment ou non, des imprécisions et des oublis fâcheux (des publications comme celles de Ben ou Cloaca Maxima d'Ernest T. dénoncent la trop grande mauvaise foi). Le titre de mon catalogue Happenings et Fluxus repris pour le titre d'un livre sans même mentionner dans la bibliographie un seul de mes nombreux articles sur le sujet...
5) Sans oublier Rrose Selavy véritable « Chez ma Tante ».
6) Peut-être tout simplement plutôt que de dire qu' 'elle' était morte à New York, avouer que les 'choses' se passent ailleurs. Combien de personnes étaient en charge pour ne pas laisser passer l'erreur ?

Le changement capital déjà présent en 1992 lors de la rédaction de mon article « Incohérence, crédulité & Co. La demi-ration de l'Avant-Garde » dans Omnibus n°4 n'a fait qu'empirer. Déjà fortement, à l'époque, enlisés dans la société de masse, y a-t-il une issue pour nous en sortir ?
Telle est la préoccupation principale du ramassis (de la réunion de gens de peu de valeur nous dit le Petit Robert) génial ramassis que constitue Le « Tas d'Esprits ». Le ramassis (nom masculin péjoratif) c'est l'Autre, le poil à gratter au tout institutionnel. Ceux qui ont encore la force de ramer debout. Contre l'ordre établi, contre ce qui est acceptable. Ce qui permet à l'individu de s'inscrire dans un devenir. On est loin de mai 68 et de la contre-culture émancipatrice.
Pierre Restany donnait comme titre à l'un de ses livres « L'autre face de l'art » (Galilé, 1979), avec sa courbe plastique de la fonction déviante et sa courbe des fissions sémantiques de la fonction déviante. Maintenant c'est « La lignée oubliée » de Marc Partouche (Al Dante,2004) où l'on recherche la filiation, la transmission « chacun de nous tient dans sa paume les courroies de transmission des mondes » Maïakovsky (Le nuage et le pantalon) de ce qui pourrait saper l'ordre social et culturel.
L'avant-garde anthropologique comme famille, avec ses attractions et ses répulsions ses mécanismes complexes qui naviguent dans les paradoxes et les contradictions.
L'exposition « Face à l'histoire. 1933-1996. L'artiste moderne devant l'événement historique » Centre Pompidou 1996 a posé la question de la responsabilité politique de l'artiste, l'artiste plus ou moins complice des dictatures. Dans le dernier texte de Maïakovsky, juste avant son suicide on trouve le mot bët :'la barque-amour s'est brisée contre le bët'. Mot difficilement traduisible, et presque incompréhensible si on l'enlève du contexte de l'après Octobre 1917 qui tentait de faire fusionner art/travail, formes/production des formes de vie.
« Bët
Ordre du jour pour l'armée de l'art
Avoir la parole
Être la parole
Construire une locomotive
Ne suffit pas
Elle fait tourner ses roues
Et s'enfuit
Si le chant ne fait pas trembler la gare
À quoi sert
Le courant alternatif » (1919)
L'art et la locomotive, les arrières pensées de l'avant-garde, beaucoup de transports en perspective, mais la voie tracée par le Bët s'avère de tout temps des plus fragile.
Et tout cela en 1919, deux ans seulement après ce qui était supposé être l'un des importants grands soirs.
Lorsque, dans la foulée de la révolution, la fédération des groupes anarchistes de Moscou s'installe dans l'ancien Club des Marchands, un mixage fort prometteur arrive à prendre comme une joyeuse mayonnaise artistique.
À la Maison de l'Anarchie K.S. Malévitch côtoie V.E. Tatline bien que leur conception de l'art soit diamétralement opposées (la forme détermine le contenu/le contenu détermine la forme). Malévitch publie de nombreux articles, féroces, virulents, tranchants, dans Anarkhia pour s'attaquer à la politique culturelle du Parti, parti qui a laissé en place les vieux mandarins rassis et réactionnaires du tsarisme, les 'étouffeurs d'art'. Malévitch qui va même jusqu'à offrir aux frères Gordine -qui animent la Maison de L'Anarchie- un poêle à bois de sa conception. Objet utilitaire, s'il en est, qui allie 'la maîtrise productiviste' (Nicolas Taraboukine) à la création artistique et au travail artisanal (Nicolas Pounine)..
Le 12 avril 1918, l'Armée Rouge évacue à coups de fusil la Maison de l'Anarchie.
Valeur d'usage ou valeur d'échange, l'art se situe où ?
Avons nous ces préoccupations, engraissées par la société de masse et assistées par la culture service ?

Aujourd'hui nous ne sommes plus aussi sûr qu'une société change ses conceptions et sa conscience dès qu'elle change ses conditions de production (ou comme le dit Marx que ce n'est pas la conscience qui détermine la vie, mais les conditions de vie qui détermine la conscience).
Culture et idéologie. Pour Lénine la première englobe la seconde. Si pour Bougdanov les rapports de classes engendrent une psychologie typiquement prolétarienne constitutive d'une culture spécifique, pour Lénine l'idéologie du prolétariat ne saurait être le résultat d'une psychologie particulière mais celui d'une réflexion sur sa condition. Lénine n'abandonne pas l'idée d'universalité d'une culture, qui a, entre autres merveilleuses réalisations, ...de faire disparaître l'imaginaire, ou encore mieux contrôler les œuvres de l'imaginaire, en institutionnalisant les formes de la réception.
En 1929, plus de discussions possibles, il ne reste plus aucune place pour l'idéologie, sinon l'idéologie de la réalité même qui demande la responsabilité de l'artiste simple courroie de transmission pour mener à bien le seul et unique plan : la collectivisation (passer la main dans le dos des paysans moyennement riches et dresser les paysans pauvres contre les paysans riches).

La convivialité des Incohérents, cette avant-garde sans avancée qui produit une peinture collectiviste (1884) 'les artistes qui l'ont peinte n'ont pu malgré leur union parfaite, arriver à tomber d'accord sur la composition de leur sujet' devrait être plus proche du 'Tas d'Esprits' que le Djanovisme artistique résumé par Roland Barthes 'le vin est objectivement bon...l'artiste doit rendre la bonté du vin, non le vin lui-même.'
Le dandy Brummell n'avait pas manqué d'interroger le concept même de la division du travail ne se faisant confectionner un gant demandant un artisan différent pour chaque doigt. Spécialisation jusqu'à l'absurde.
On pense aussi à Joseph Beuys qui demande de surélever de quelques centimètres le mur de Berlin pour raison esthétique. Ironie..., surprendre ou poser une question essentielle sur ce qu' est le rapport entre l'esthétisme et l'éthique ;
ou encore Wim Delvoye, esthète maniaque, qui fait sculpter son bois de chauffe. Il ne veut se chauffer qu'avec du beau. Rapport entre l'éphémère et l'esthétisme, esthétisme et l'ultra-individualisme.
« Mais que me fait à moi toute la Révolution du monde si je demeure éternellement douloureux et misérable au sein de mon propre charnier » Artaud (1929)
Il n'est pas question,ici, de refaire l'histoire du besoin de rompre avec la société et l'aliénation de l'art et des ses expressions, ressenti en même temps comme un désir de suicide. Les assermentés du suicide que furent les dadaïstes, ont su dans différents contextes se montrer efficaces, avec les suicidés de la société et autres disparus comme Arthur Craven.
« Contre la croyance à l'œuvre d'art en soi, objet dont les qualités et les puissances réelles sécrètent autour de lui un halo de légende, Marcel Duchamp invente l'inverse : par un déclic, le sic jubeo du ready-made, il lance la légende capable de porter l'objet indifférent au niveau de l'art. Avec la Mariée, il feint de travailler à une non-œuvre arbitraire, accessoire, inachevée et mutilée, et tisse en fait sa légende, l'épiphénomène seul réel capable, à la fin de remplacer le chef-d'œuvre qui est censé la supporter. » Robert Klein, L'éclipse de l''œuvre d'art' 1967 in La forme et l'intelligible, Gallimard 1970.
Pour Duchamp l'art c'est le maillon qui manque, l'art ce n'est pas ce que vous voyez, c'est la brèche.
Cette brèche, de nos jours s'appelle : résistance ontologique, résister contre l'institutionnalisation accrue, contre la banalisation de la société de masse, résister contre la culture service, contre la disparition de l'être, contre la disparition de la complexité, résister contre le simple et facilement compréhensible, contre l'absence de l'idéologie.
Cette brèche alors s'appelle approche critique et politique.

La métaphysique du désir et l'occultisme des surréalistes enlèvent toute signification à la distinction entre démarche inspirée ou concertée, hasard objectif, télépathie, prémonition ou rencontre fortuite.
Pourtant, toujours ils restent l'auteur de leur 'chose' ce qui fait claironner à Salvador Dali : 'La différence entre moi et les surréalistes, c'est que moi je suis surréaliste.' Cette suprématie individualiste revendiquée par Dali annule le travail du groupe et c'est peut-être là que la question de l'avant-garde pose les rapports entre individu et le groupe entre les inspirateurs et les suiveurs.
Lettre de Freud du 20 juillet 1938 à Stephan Zweig (qui a permis la rencontre Freud/Dali) :
« Du point de vue critique, on pourrait toujours dire que la notion d'art se refuse à toute extension lorsque le rapport quantitatif entre le matériel inconscient et l'élaboration préconsciente ne se maintient pas dans des limites déterminées » ;
Ou encore : « ...Le surréalisme a cherché avec l'inconscient obstructionnisme et la fourberie politique du cadavérique Breton, comme il pourrait dans la nuit des immondices dont à son image, il voudrait les voir chargés . » Bataille (1930) sans oublier Freud et notre part d'inconscient. On peut toujours dire que Breton a essayé d'œuvrer.
On s'efforce depuis bien longtemps par divers moyens de contrecarrer une certaine répugnance devant la valeur incarnée. ' Traîner l'œuvre derrière soi comme un boulet' Jacques Vaché.
Qu'est ce qu'on traîne l'oeuvre ou la valeur incarnée ?
Soyons moins religieux et parlons de la forme et de l'idée.
C'est l'idée qui a fait réagir Maïakovsky, qui nous pousse à penser que : « l'œuvre d'art est un paradigme de l'être dans le monde » Hannah Arendt. La condition humaine.
Les castors jours après créent des formes. Mais est-ce une œuvre d'art ?
Le stalinisme a détruit la créativité et chez nous, il y a une bonne dose l'ultra-institutionnalisation et « d'industrie du loisir ».
Mais de nouveaux glissements, de plus en plus astucieux s'opèrent, et il faut de plus en plus s'accrocher :
« Selon le vieux paradigme, tout marketing servait à vendre un produit. Mais le nouveau modèle, le produit est toujours secondaire par rapport au produit réel -la marque-, dont la vente s'accroît selon une composante spirituelle, il n'y a pas d'autre terme...Les bâtisseurs de marques l'importèrent et un nouveau consensus naquit : les produits qui fleuriraient à l'avenir seraient présentés non pas comme des articles de bases, mais comme des concepts : la marque en tant qu'expérience au style de vie. » Naomi Klein, No Logo, La tyrannie des marques, Leméac/actes Sud, 2000, p.47
Qui n'a vu le tyrannique Ben triompher dans les vitrines ! Et l'on même pas eut la politesse de demander à Dada s'il voulait bien soutenir PPR !
Il ne faut pas se voiler la face certains rassemblements de l'art contemporain ressemble à ce qu'écrit Marcel Proust, dans La recherche du temps perdu, à propos de Madame Verdurin qui a utilisé la musique en créant des soirées musicales pour gravir les échelons de la vie sociale même si elle n'aimait pas du tout la musique.
Institution née de l'art/ art institué / art ainsi tué. Valeur d'usage. À partir du moment où l'individu désire vivre une expérience sensible, intellectuelle et spirituelle, il a assurément une valeur, mais une valeur significative pour lui et pour les autres, un moyen, d'interpréter le monde, le sentir, répondre par excellence à ce que nous propose Arendt comme condition humaine et paradigme du monde.

Les nombreux emballages du non-art ne parviennent pas à foudroyer une fois pour toute la 'création'. Dans les années soixante le lien de l'art et de la culture c'est transposé de l'œuvre à la personnalité de l'artiste. On passe sous diverses formes de l'objet permanent au processus transitoire, à un questionnement sur la production/improduction :
'On s'irrite parce que l'art actuel, du moins s'il reçoit encore quelque substantivité en partage, réfléchit et rend conscient, avec intransigeance, tout ce que l'on voudrait oublier.' Adorno, Philosophie de la musique nouvelle,Gallimard, 1962 p. 24
La mode sévit et Harold Rosenberg va jusqu'à prétendre que 'ce qui se passe sur la toile n'est pas une peinture mais un événement' avec les Expressionnistes Abstraits qui incarnent le refus de l'incarnation avec leur transe en conserve ou le Pop Art 'Réalisme socialiste pour riches' selon Morton Felman. Louis Jouvet pragmatique, en un revers de manche, constate une non moins brûlante réalité qui pend au nez des futurs épigones du 'Tas d'esprits ' : 'Dans le métier du spectacle, tout évolue, tout bouge. Il n'y a qu'une chose qui ne change pas c'est l'avant-garde.'
La notion de l'événement à cette période historique s'inscrivait dans un contexte socio-politique et intellectuel où il fallait marquer «l'époque ». Quarante années plus tard, l'événement - l'événementiel est devenu du marketing, du spectacle, du basique.

Sans cela, sans cette « avant-garde », le sensible aurait disparu, l'idée serait morte et la vraie parole aurait disparue ;
Après les discussions entre Satie et Debussy viennent celle de Cage avec Boulez. Dans une lettre de 1954 à Cage , Boulez délimite ses limites 'Je n'admets pas- et je crois que je n'admette jamais- le hasard comme composante d'une œuvre faite'. Sacré hasard !
Pendant les années 1958-1962, période charnière de l'avant-garde new-yorkaise, deux cercles, orientés vers la musique, affirment leur hégémonie : celui de John Cage, jusqu'en 1960, puis celui de La Monte Young. Vient ensuite Fluxus, l'étape intermédiaire prônée par George Maciunas, sociale plus qu'esthétique, qui doit à la fois 'purger' toute forme d'art bourgeois et promulguer la réalité du non-art jusqu'à la dissolution totale de l'art. Avec Maciunas, les notions d'avant-garde et de cercle perdent leur sens. C'est déjà un pléonasme de dire 'mouvement Fluxus' et de dire Fluxus n'en parlons pas ! Une constatation de Willem de Ridder qui colle bien ici :'Le plus grand changement intervient lorsque vous cessez de croire que vous devez changer' ;
Dans la notion Fluxus il y a déjà la transformation. Le mot faiblement traduit en français, lui a fait perdre la force exprimée à l'intérieur de cette notion Fluxus.
Flux - mouvement qui transforme et peut transformer lorsque il y a des matériaux, aptes à recevoir la possibilité d'une transformation et créer à nouveau une nouvelle situation qui n'est pas forcement contrôlable dès le début du démarrage de ce flux.L'avant-garde est la loi de la convection.
Ce qui nous a embrouillé, ces dernières années, c'est une définition molle de l'avant-garde avec le peu de ce qui lui restait de dynamisme. La croyance du contrôle absolu pour créer, à coup sûr, une école de plus et non un état d'esprit proche du 'Tas d'Esprits'.
'L'art est ce que tu fais où tu es' préconisait Robert Filliou. Debord et Wolman disaient à peu près la même chose : « La dérive se définit comme une technique du passage hâtif à travers des ambiances variées...pour se laisser aller aux sollicitations du terrain. » (Les lèvres nues, n°9, 1956). George Brecht, nous a débloqué la tête, en nous faisant tout simplement asseoir sur une chaise, que certains on encore pris pour une œuvre d'art. Le 'Tas d'esprits' de toutes les façons sera présent en fin ou au début d'une calme déambulation, peut-être debout sur un tabouret, artistes 'faute de mieux' comme étaient les Lettristes faute de mieux Hadj Mohamed Dahou, Cheik Ben Dhine, Ait Diafer dont il faut citer la première phrase de leur Manifeste écrit à Alger en 1953 :
« Manifeste du groupe algérien de L'Internationale Lettriste :
Nul ne meurt ne faim, ni de soif, ni de vie. On ne meurt que de renoncement... »

juin 2006
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COMMENTAIRE DE BEN :
Voici le premier texte reçu pour le catalogue du TAS D'ESPRIT qui sera édité chez Flammarion.